venerdì 4 gennaio 2013

TUNGUSKA, Teorioa della mente collettiva





PREMESSA
Agli inizi del secolo scorso, il mondo rimase sconcertato di fronte a  bizzarri fenomeni celesti che si manifestarono  nei cieli di gran parte dell’ Europa e dell’ Asia, derivati  dall’esplosione in quota di un corpo celeste (notti nottilucenti, aurore boreali non provocate dal sole, anomalie magnetiche ecc.)  .  Questo evento, unico nel suo genere a memoria d’uomo, diviene ancor più singolare alla luce di alcune teorie che ipotizzano un intervento esterno finalizzato a evitare un impatto cosmico  di ben più vaste proporzioni.
INTRODUZIONE
Nell’altopiano della siberia centrale, esiste un luogo chiamato Podkamennaj Tunguska  - la Tunguska pietrosa- si tratta una regione remota e desolata, costella nei mesi invernali  di  folte coltri di neve e da venti  gelidi provenienti  dal Nord  che abbassano  le  temperature oltre i  -50°. Solo per un breve periodo dell’ anno  il ghiaccio scompare  lasciando posto ad  un pallido tepore sufficiente però a fare esplodere il verde nella taiga, un tumulto di vita fatto di paludi fangose, pini e foreste di cedri.  In questi luoghi regna il silenzio  totale  interrotto solo dagli zoccoli delle renne che brucano nei prati e dal ronzio degli sciami di zanzare.
 E’  in questo frangente che ha luogo l’evento di Tunguska.

L’ EVENTO DI TUNGUSKA
 E’ la mattina del 30 Giugno 1908, nel cielo all’improvviso apparve una grossa luce, i racconti dei testimoni non sono coerenti: qualcuno descrisse l’ oggetto seguito da una lunga scia di fumo, altri affermarono di vedere solo il corpo cosmico, qualcuno disse di averlo visto cambiare rotta (queste testimonianze accesero negli anno 60’ l’ ipotesi di un astronave aliena a propulsione nucleare in avaria) un osservatorio metereologico notò la presenza di due corpi che viaggiano paralleli…. Non è un caso che durante i primi anni si pensò all’evento di Tunguska come  una manifestazione naturale di fulmini globulari. E’ risaputo, infatti, che la mattina dell’evento sopra la taiga siberiana vi era più di un corpo in volo, ma badate che secondo le testimonianze, le traiettorie di questi oggetti  erano tutte diverse e dirigevano verso un'unica direzione: quella del luogo dell’esplosione…
Non vi è accordo nemmeno per la forma dell‘oggetto,  descritta da alcuni come globo, un cilindro, un cono,  una sfera, una lancia di fuoco, fatto di scintille ecc.  



                                                                  
      
Fonte Costantino Paglialunga http://www.edicolaweb.net/nonsoloufo/tung_59g.htm


                                                    

                                                                                                                                                                        


La prima cosa che notarono i testimoni oculari al momento della deflagrazione fu un forte bagliore, seguito da un grande caldo e dall’  onda d’ urto che rase al suolo quasi istantaneamente  oltre 2000 Km²  di taiga e 60 milioni di alberi, l’ energia sprigionata fu pari a  1000 bombe atomiche come quelle esplose a Hiroshima. Una nube scura a forma di fungo si alzò in cielo per oltre 80 kilometri seguita da una pioggia nera di detriti. Le notti successive  furono ricordate, in diverse regioni della Siberia, dell’ Europa e dell’Asia, per l’eccezionale luminosità notturna. Non sono mai stati trovati i resti del meteorite, solo micro-particelle incastrate nella resina degli alberi e nella torba.
Le testimonianze si contraddicono fortemente, i tempi degli avvistamenti non coincidono una popolazione Evenki afferma che l’esplosione avvenne addirittura nel pomeriggio! La stessa direzione del corpo cosmico,  come abbiamo visto, è  stata teatro di accesi dibattiti tra gli scienziati e solo studiando la morfologia degli alberi abbattuti si è potuto stabilire una traiettoria ragionevole, resta comunque da chiarire un punto fondamentale: perché gli Evenki hanno visto giungere dalle direzioni più svariate  enormi sfere luminose (stimate di 60 Mt di diametro) che  dirigevano verso la zona dell’impatto? Come se non bastasse, vi sono racconti che asseriscono di aver assistito, prima dell’evento,  venire fuori dal terreno  delle enormi colonne di fuoco. Quest’ ultimo dato non ha lasciato indifferenti i geologi.  Non è un mistero, infatti, che ancora oggi geologi e  astronomi si battano per dimostrare, a suon di ricerche scientifiche,  la natura  tettonica o astronomica  e questo la dice lunga, sulla reale comprensione che abbiamo dell’ evento…

L’ EVENTO DI TUNGUSKA VISTO IN UNA NUOVA LUCE
I dati scientifici raccolti e le testimonianze oculari lasciano intendere che il fenomeno di Tunguska è caratterizzato da due avvenimenti completamente distinti:
Uno di origine celeste (meteorite o cometa), uno di origine tettonica (terremoti, anomalie magnetiche, colonne di fuoco uscite dal terreno ecc. registrati prima dell'evento). State certi che i ricercatori non parleranno mai in questi termini, (liquiderebbero la mia ipotesi come una coincidenza improbabile se non impossibile), cercando di spiegare i fatti attraverso un unico avvenimento (tettonico o astronomico). In questo modo sono state create delle teorie "monche" incapaci di creare un modello esauriente dell’evento di Tunguska.
Metabolizzare questo pur semplice concetto è fondamentale per la comprensione dei fatti che andremo a spiegare,  e per capire che le attuali teorie, seppur molto interessanti non riescono a spiegare tutti gli effetti riscontrati nell’evento di Tunguska.
Per creare uno schema coerente occorre  riflettere sulla reale possibilità che il meteorite di Tunguska sia stato abbattuto da una forza artificiale.
Spiego questo concetto attraverso un esempio:
Prendiamo le note musicali, prese singolarmente appaio come semplici suoni  ma in mano ad un bravo compositore diventano musica. Allo stesso modo le varie teorie create per spiegare l’ evento di Tunguska, sono paragonabili ad una sola nota, cioè una piccola parte della combinazione musicale, solo il compositore può rendere le note una melodia. Nel nostro caso la consapevolezza che la distruzione del corpo cosmico è stata indotta  è paragonabile al maestro che amalgama tutti i tasselli e forma una teoria coesa e “armoniosa”.
Proviamo a questo punto a spiegare tutti gli eventi accaduti a Tunguska con questa chiave di lettura: 
·         Le colonne di fuoco,  avrebbero espulso dal terreno enormi sfere di energia (create artificialmente) per disintegrare il corpo cosmico.
·         Le diverse traiettorie osservate dai testimoni oculari, non  erano altro che le sfere di energia in rotta verso la zona dell’ impatto.
·         I terremoti,  le anomalie magnetiche, le aurore boreali non provocate dal sole,  riscontrate prima l’ evento di Tunguska, erano  effetti collaterali di qualcosa che stava attingendo energia dal pianeta, al fine di creare enormi sfere energetiche, da scagliare contro il corpo cosmico.
·         Spiega la presenza di un corpo celeste che ha solcato il cielo per 800 kilometri lasciando dietro di se una scia di fumo e di un eventuale frammento sopravvissuto, alle sfere di energia, che ha formato il lago Cheko (secondo gli studi del CNR di Bologna).
·         si comprendono le numerose detonazioni simili a colpi di artiglieria udite durante l’impatto principale: erano le sfere di energia che stavano distruggendo l’invasore celeste.
·         S’intuisce il perché dell’anomala distribuzione degli alberi abbattuti, più simile nella forma all’effetto vorticoso  di un plasma ad altissima energia, piuttosto che un’ esplosione di tipo chimico (come doveva essere nel caso di un normale corpo celeste).
·         Si spiegano le anomale  bruciature degli alberi provocate da un calore tanto intenso (Felix Zigel lo stima in decine di milioni di gradi!)  quanto breve, simile ad un flash ad altissima energia;  pensate che  rami,  foglie e le stesse nuvole hanno schermato dalla bruciatura, con la semplice ombra.
·         Sappiamo perché si videro fulmini a cielo sereno abbattersi sulla taiga prima dell’evento, (80% delle piante in corrispondenza dell’ epicentro è stata colpita da fulmini): erano le sfere energetiche che sostavano in attesa dell’arrivo del corpo celeste.
·         Possiamo ora comprendere l’ anomala  disposizione degli alberi chiamata Cresta Chuvar, situata a circa 23 Km dalla zona dell’esplosione principale. Gli alberi infatti sono sradicati dalla parte opposta rispetto la direzione del corpo cosmico, un vero enigma per i sostenitori del meteorite, ma perfettamente spiegabile se pensiamo ad un piccolo frammento inesploso del corpo cosmico distrutto da una grossa sfera di energia proveniente dalla parte opposta.


                    fonte: a. Yu.Ol’khovatov geophysical circumstances of the 1908 Tunguska event in Siberia, Russia



IN CHE MANIERA LA MISTERIOSA FORZA ARTIFICIALE  INTERVENUTA A TUNGUSKA IL 30 GIUGNO 1908, HA INTERCETTATO E  ANNIENTATO  “L’ INTRUSO  COSMICO”?

IL MACCHINARIO TECNOLOGICO
I ricercatori Costantino Paglialunga e Valery Uvarov, hanno ipotizzato l’esistenza di un’ installazione posta nel sottosuolo della Siberia, atta a difendere la Terra dalla minaccia dei corpi celesti in rotta di collisione con il pianeta, tuttavia  questa teoria, che andremo ad approfondire nelle prossime righe, presenta diversi punti oscuri:
·         Una tale struttura dovrebbe avere dimensioni colossali (il giorno dell’evento di Tunguska sono state osservate uscire dal terreno enormi colonne di fuoco in zone DISTANTI TRA LORO, dalla cui sommità erompevano globi di energia del diametro stimato di 60 metri), ciò comporta un’ immenso dispendio di materie prime, risorse energetiche e  manodopera. Inoltre il macchinario sarebbe  collocato, secondo gli indizi raccolti, ad oltre 3000 Km all’interno del pianeta, dove è praticamente impossibile costruire qualcosa.
·         Il complesso tecnologico sarebbe vulnerabile ad eventi naturali tipici della siberia come, terremoti, esplosioni di gas metano.  Dovrebbe fare i conti con l’ ineluttabile usura del tempo (la documentazione raccolta  sulle esplosioni in quota dei corpi cosmici, farebbe pensare ad una datazione di almeno 30.000 anni e come sappiamo nel 1908 il presunto macchinario ha funzionato perfettamente).
·         Una tecnologia di simili dimensioni, anche se evolutissima, necessita  di costante e incessante manutenzione, dove sono i costruttori e i manutentori del macchinario?
Una possibile risposta a questi problemi potrebbe venire dalla teoria che il nostro pianeta è cavo.  In pratica i creatori e  custodi di questo "impianto" sarebbero gli abitanti che si trovano all' interno del pianeta, i quali  potrebbero aver  sviluppato delle sonde esterne o  comunque un articolato sistema  atto a  monitorare i pericoli provenienti dal sistema solare.... Tuttavia gli scienziati hanno non poche difficoltà  a dimostrare l’ esistenza della Terra Cava da un punto di vista scientifico (vedi nota 1).
Molto interessanti sono le leggende delle tribù locali Evenki, che narrano di sfere infuocate fuoriuscite dal terreno e di enormi esplosioni collegate ad esse. A riprova di quanto detto la Valle della Morte presenta molte aree che ancora oggi manifestano i segni di queste deflagrazioni. Tutto questo potrebbe essere una conferma dell’esistenza del complesso tecnologico, oppure si potrebbe interpretare con la fuoriuscita di gas metano che in quei territori risulta abbondante, o da fenomeni molto più affascinanti e rari come un camino Kimberlitico (questa manifestazione naturale non è mai stata osservata da essere umano), quella zona infatti è situata al centro di un antico vulcano che milioni di anni fa ha completamente sommerso la siberia di lava e che ancora oggi potrebbe essere in parte attivo). Inoltre sempre in quei luoghi vi sono abbondanti quantità di uranio, che possono innescare delle esplosioni spontanee nel sottosuolo…
E’ possibile analizzare altri indizi a supporto della tesi del macchinario tecnologico, riguardo l’ esistenza  di enigmatici “Calderoni” metallici rinvenuti  in tutta la Valle della Morte,  radioattivi e costituiti di  metallo durissimo. Altri segni di questa teoria  giungono da  alcune testimonianze purtroppo mai comprovate: una  parla di robot posti nel cuore di una montagna nella Valle della Morte che lavoravano  su complessi macchinari, l’altra avvenuta durante  l’evento di Tunguska, dove un testimone assistette al prosciugarsi di un lago  dal cui fondo avrebbe osservato dei battenti metallici. Successivamente  sarebbe fuoriuscita una colonna di fuoco che andò a formare una sfera di  energia. 
Certo queste testimonianze non hanno molto valore visto che in entrambi i casi si tratta di un solo testimone peraltro  non documentate, anche  i misteriosi Calderoni della Valle della Morte potrebbero non centrare nulla con l’ Evento di Tunguska, tant’ è  che attualmente sono praticamente affondati nel permafrost della gelida foresta siberiana.
In conclusione, la teoria del complesso tecnologico barcolla e non poco, ecco perché ho cercato un’ altra  ipotesi completamente diversa per spiegare questo enigmatico  avvenimento.

TEORIA DELLA COSCIENZA COLLETTIVA
Sicuramente il lettore avrà sentito parlare della coscienza collettiva, ebbene ci sono degli studi della Princeton University , che dimostrerebbero con rigore scientifico, che l' umanità quando si trova in situazioni di grande  pericolo (tsunami, grandi terremoti, attentati alle torri gemelle ecc.) è in grado di PERCEPIRE  e addirittura  PREVEDERE tali minacce prima che accadano! (vedi nota2).
Molto interessanti anche gli studi del Biologo Rupert Sheldrake sulla risonanza morfica, si tratta di un processo per cui ogni individuo facente parte di una specie attinge alla memoria collettiva della specie. (vedi nota3)
In base a queste ricerche ho conseguito un’ ipotesi, sotto certi aspetti ancora più fantascientifica di quella del macchinario tecnologico, che ha il pregio però di eliminare molte difficoltà relative la realizzazione e la conservazione di suddetta costruzione.

Si potrebbe congetturare che gli esseri umani, attraverso la coscienza collettiva, avvisano per tempo il macchinario tecnologico delle minacce provenienti dalla spazio.

Un concetto  sicuramente innovativo, forse stiamo parlando di una nuova branca della scienza definibile  “tecnologia spirituale” che se fosse confermata rivoluzionerebbe il mondo. Tuttavia non  ancora sufficiente a risolvere le questioni di costruzione e manutenzione legate all’ impianto tecnologico.  Mentre  riflettevo ebbi  finalmente  l’ intuizione:
E se fosse l' uomo stesso ha creare le sfere di energia?

MA COM’ È POSSIBILE?
In pratica sarebbero tutti i cervelli umani (vedi nota 4) il vero macchinario tecnologico, e come un alveare o formicaio nel momento del pericolo, INCONSCIAMENTE,  agirebbero all’unisono come un unico  potentissimo, PERFETTO sistema di difesa (vedi nota 5). Questa tecnologia non avrebbe bisogno di manutenzione, sarebbe di fatto autorigenerante come solo la vita biologica sa fare, costituita da miliardi di persone che nascono, vivono e muoiono in continuazione!
Presumibilmente un sistema così complesso e articolato deve esser stato creato o manipolato da esseri avanzatissimi, forse dallo stesso Dio…

ALLA LUCE DI QUESTA TEORIA;  UN POSSIBILE SCENARIO
Un pericoloso e distruttivo corpo celeste è in rotta di collisione con la Terra. Il meraviglioso e complesso meccanismo della coscienza collettiva percepisce il pericolo diverso tempo prima e si dispone alla controffensiva… Come se fosse un'unica mente le coscienze di tutti gli uomini del pianeta si uniscono, ne scaturisce una forza grandissima che ha la capacità di attingere direttamente energia dal pianeta per canalizzarla in enormi sfere destinate a distruggere l’intruso cosmico. La raccolta di energia genera effetti collaterali  che si ripercuotono in tutta la Terra come terremoti, anomalie magnetiche, aurore boreali non provocate dal sole, notti nottilucenti ecc. La mattina prima del 30 Giugno 1908 le sfere create fuoriescono dal terreno attraverso enormi colonne di fuoco e si librano maestose e potenti nei cieli della siberia. Sembrano agire con intelligenza, si muovono, si fermano, cambiano di direzione. Quando il meteorite di Tunguska entra nell’atmosfera alcune di loro lo colpiscono in modo da farlo deviare di traiettoria, lo scopo è quello di frantumarlo, indebolirlo e indirizzarlo in una zona disabitata e così avviene.  I pochi abitanti  pastori nomadi, vengono prontamente avvisati del cataclisma e fatti spostare, dagli sciamani  delle tribù locali (i quali hanno riferito il messaggio comunicato dagli dèi). Anche gli animali , rispondendo al loro istinto, abbandonano quei luoghi che rimangono quasi interamente desolati…


NOTE

Nota 1: -Da wikipedia enciclopedia online-
La Terra cava e la gravità
Un essere all'interno di una Terra cava non riceverebbe una spinta gravitazionale verso la superficie: la teoria della gravitazione prevede che una persona all'interno della sfera sarebbe praticamente senza peso. Questo fatto fu dimostrato per la prima volta da Newton, il cui Teorema del guscio sferico prevede che la forza gravitazionale sia pari a zero ovunque all'interno di un guscio solido sfericamente simmetrico, indipendentemente dallo spessore del guscio. Una debole forza gravitazionale deriverebbe dalla non perfetta sfericità della Terra, e dalla forza di marea, dovuta alla Luna. Anche la forza centrifuga contribuirebbe alla formazione di una gravità, che tuttavia alla fine all'equatore sarebbe pari a solo un trecentesimo della gravità normale. La teoria risulta fallace anche per il fatto che una terra prevalentemente cava avrebbe una massa molto inferiore a quella sperimentalmente osservata. Inoltre una Terra cava collasserebbe sotto il suo stesso peso, sbriciolandosi e creando una seconda Terra, più piccola della prima, e piena.
La Terra cava e la geologia
La teoria della Terra cava non è compatibile con il modello della Tettonica delle placche in quanto i fori di entrata alla cavità, posizionati ai poli, si sarebbero dovuti spostare nel corso delle ere dalla Pangea alla posizione attuale.
Evidenze visive
Le aperture in prossimità dei Poli previste dalla teoria dovrebbero essere presenti nelle immagini rilevate dai satelliti, ma ciò non avviene.

Nota 2: La coscienza collettiva prevede tsunami, catastrofi ed attentati.
Il principio dell’unità-nella-molteplicità, che è alla base del Wellthiness e di molti altri fenomeni che stanno contraddistinguendo l’attuale Zeitgeist si interseca con il grande dibattito internazionale in corso sull’esistenza della coscienza collettiva e la sua dimostrazione scientifica. Nella panoramica di chi sta studiando il fenomeno  con metodi scientifici, un posto di primo piano è occupato dalle ricerche della Princeton University (New Jersey).
Il programma Princeton Engineering Anomalies Research (PEAR) si occupa di ciò ormai da un trentennio esaminando l’interazione della coscienza umana con strumenti, sistemi e processi fisico-sensitivi.
Il progetto, guidato da Roger Nelson, si basa su una serie di sistemi computerizzati che generano numeri binari in ordine casuale.  L’esperimento è  nato, quindi da un generatore di casualità, uno strumento che riproduceva lo stesso effetto di lanciare in continuazione una monetina registrandone il risultato.  Agli esordi si trattava solo di quattro apparecchi, oggi sono 56, distribuiti in altrettanti paesi del mondo e connessi via Web. Ciascuno strumento invia i propri risultati, via satellite, a Princenton dove vengono elaborati.  Secondo le leggi della casualità, su un certo numero di “lanci”, le stime dei risultati ottenuti dovrebbero attestarsi intorno al 50% di risultati testa e 50% di risultati croce.
Gli scienziati coinvolti nell’esperimento hanno, però, scoperto che, quando si verificano eventi particolarmente sconvolgenti a livello mondiale, i grafici delle probabilità risultano fortemente alterati.
In concreto, i computer che, di norma, producono numeri con una cadenza simile tra loro (dai più alti ai più bassi), a fronte degli eventi di maggiore intensità e pathos e di più significativo impatto mediatico, registrano variazioni molto particolari ed evidenti. I dati raccolti in concomitanza con i funerali di Lady Diana e Madre Teresa di Calcutta, durante lo tsunami del 2006, in seguito a terremoti particolarmente forti… o analoghe circostanze drammatiche  mostrano andamenti molto simili tra loro, quindi non casuali.
Un fatto molto singolare riscontrato è che, quando l’epicentro del terremoto è sulla terra ferma, e, quindi colpisce in modo diretto gli uomini, le oscillazioni dei grafici sono molto diverse rispetto a quando è in mare. La spiegazione che viene data del fenomeno, rimanda proprio al discorso della coscienza collettiva, che pare venga profondamente alterata in occasione di fatti ad alta intensità emotiva.
Il discorso rientra, dunque, in modo molto pertinente anche alle questioni di forte attualità culturale, dell’empatia, del networking, dell’olismo…
Un altro aspetto affascinante della ricerca è l’effetto “precognitivo” della coscienza collettiva che pare sia anche in grado di percepire gli eventi anticipatamente.  I dati provano che, in alcuni frangenti, le anomalie dei grafici, incominciano anche varie ore prima rispetto al verificarsi della tragedia. Il caso più eclatante e significativo è l’11 settembre. In seguito al crollo delle Torri Gemelle, i grafici hanno segnalato l’anomalia. Gli studiosi hanno poi analizzato anche i dati anteriori   all’attentato ed hanno scoperto che le alterazioni sono iniziate a partire dalle prime ore della giornata.
La spiegazione avanzata dagli scienziati è che i terroristi sapevano già quanto stavano per compiere e, quindi, in modo inconscio hanno trasmesso alla coscienza collettiva il pathos, la tensione che stavano vivendo. L’esperimento certificherebbe, dunque, la capacità della  mente umana sia di alterare in modo inconscio i sistemi casuali tramite una specie di telepatia, sia di percepire un determinato pericolo o un evento catastrofico poco prima del suo verificarsi. Mentre certi studiosi sposano pienamente la teoria ed i risultati ottenuti dalla Princeton University, altri se ne dimostrano scettici. Indipendentemente dalla specifica posizione che si prende nei loro confronti consta, però, il forte interesse che il tema sta suscitando nella coscienza collettiva e nell’accademia.
Ciò conferma l’esistenza di un’inedita sensibilità nei confronti dell’argomento che intercetta e confluisce anche nella progressiva forza acquisita dai  diversi trend socioculturali all’olismo, al networkeing, all’empatia, all’unità-nella-molteplicità, alla base anche del Wellthiness.
Nota 3:

I CAMPI MORFICI
LE INFORMAZIONI INVISIBILI
1. Il DNA e il problema della forma
2. L’ipotesi della causalità formativa
3. Risonanza morfica e mente collettiva
4. Prove a sostegno
5. Conclusioni
1. Il DNA e il problema della forma
Gli scienziati che lavorano sul mondo microscopico generalmente non si curano della forma degli organismi su cui lavorano, in quanto il loro oggetto di interesse è la chimica e la fisiologia; ma per coloro che studiano gli organismi viventi nel loro insieme è impossibile comprendere la vita senza tenere conto della sua forma. Il grande interrogativo che per molto tempo è rimasto senza risposta è il perché e il come gli esseri viventi riescano ad assumere determinate forme fisi-che proprie della loro specie. Con la scoperta del DNA, i biologi molecolari di-chiararono risolto il problema, dato che esso è costituito da molecole direttrici che contengono tutte le informazioni grazie alle quali un intero organismo può essere costruito. Ma il problema iniziale sussiste. Infatti, considerando il DNA come il programma completo di ogni organismo vivente, alcuni scienziati si so-no chiesti che cosa può invece controllare la forma di oggetti non viventi come i cristalli o le rocce. In tali materie, prive di DNA, devono intervenire necessaria-mente altri fattori. Una possibile e molto probabile soluzione, si può ritrovare nelle forze subatomiche alla base delle molecole che le compongono, che contribuiscono non solo alla configurazione interna della struttura, ma anche a quella esterna, ossia la forma. Dunque, se tali forze governano le molecole degli oggetti inanimati, è deducibile che governino anche le molecole degli esseri vi-venti, quindi il DNA. Fino ad oggi il problema della forma è rimasto un problema centrale in biologia. Nessuno è in grado di capire perché, ad esempio, una cellula maturi in una cellula di foglia e un’altra in una cellula di gambo, dato che entrambe appartengono alla stessa pianta e hanno un DNA identico. E lo stesso quesito si ripropone nell’essere umano, dove una cellula diventa una cellula epiteliale e un’altra una cellula epatica quando il DNA di ciascuno è lo stesso. Risulta evidente che deve esistere qualcosa di ancora più profondo del DNA che ne regola il funzionamento. Nel DNA è contenuto il codice genetico che si suppone avere il compito di governare tutto quello che avviene negli esseri viventi in via di sviluppo. Ma dato che tutti i tipi di cellula delle diverse parti organiche del corpo umano contengono il medesimo DNA, deve quindi esserci necessariamente qualcosa al di sopra di esso in grado di spiegarne il loro differente esito. Tut-to il compito del DNA si può sintetizzare nel suo fornire la sequenza degli aminoacidi in modo da permettere alla cellula di produrre determinate proteine.
Il problema posto dal biologo inglese Rupert Sheldrake che incominciò ad interessarsi all’enigma della forma durante le sue ricerche sulla crescita delle piante a Cambridge non si ferma però alla questione di fornire le proteine giuste alle cellule giuste al momento giusto, ma cerca di capire come possano le cellule organizzarsi in forme particolari fino a svilupparsi in differenti organismi. In definitiva, il DNA aiuta a comprendere come si ottengono le proteine che forniscono i “mattoni” e il “cemento” con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega il modo in cui questi elementi assumono determinate forme. Nel quadro della scienza classica, tutte le domande rimaste senza risposta a proposito dell'ereditarietà e delle proprietà degli organismi viventi, vengono attribuite a probabili funzioni del DNA ancora sconosciute. I biologi chiamano morfogenesi l’ambito di studi relativi all’origine della forma (termine che deriva dal greco morphé, forma, e genesis, origine), cercando di ovviare al problema in modo superficiale e provvisorio facendo affidamento alla programmazione genetica. Secondo questa visione ogni specie non fa altro che seguire le istruzioni dei propri geni.
È però importante sottolineare che l’unica teoria rigorosa e definita riguarda il modo in cui il DNA codifica il RNA e quest’ultimo codifica le proteine, tutte le al-tre funzioni che vengono ipoteticamente attribuite al DNA non possono assolutamente essere specificate in termini molecolari. È a questo punto, dove la scienza classica di ferma, che Sheldrake propone, in linea con la fisica contemporanea, la teoria dei campi morfici come reale guida del programma genetico organizzato dal DNA risiederebbe sotto forma di informazione a livelli ener-getici molto più sottili di quelli considerati fino ad ora.
2. L’ipotesi della causalità formativa
Dopo anni di studi e riflessioni sull’enigma della morfogenesi, Sheldrake giunse alla conclusione che questi non potranno mai essere realmente compresi attraverso le concezioni meccanicistiche classiche, ma richiedono concetti assoluta-mente nuovi. Fu così che nel 1981 propose per la prima volta l’idea relativa all’esistenza di un campo morfogenetico, attraverso i tre principi base dell’ipotesi della causalità formativa:
I campi morfogenetici sono un nuovo tipo di campo che fino ad ora non è stato riconosciuto dalla fisica. Così come gli organismi alla cui formazione presiedono, si evolvono. Hanno una storia e, grazie a un processo chiamato risonanza morfica, contengono in sé una memoria.
Fanno parte di una famiglia più vasta di campi, detti campi morfici.
Secondo Sheldrake, i campi morfici, così come i campi della fisica già noti, sono regioni d’influenza all’interno dello spazio-tempo, localizzati dentro e intorno ai sistemi che organizzano. Essi si limitano ovvero impongono un ordine all'inde-terminismo intrinseco dei sistemi cui presiedono. Comprendono in sé, e connettono, le varie parti del sistema che sono preposti a organizzare.
In altre parole, la causalità formativa è il meccanismo grazie al quale le cose assumono la loro forma, o la loro organizzazione. Sheldrake ha introdotto quindi l¹ipotesi che sia la struttura sia i comportamenti caratteristici di tutti i sistemi chimici, fisici e biologici esistenti in natura, siano guidati e plasmati da campi organizzativi, da lui chiamati appunto campi morfici, che, come una mano invisibile, agiscono attraverso lo spazio e il tempo. In zoologia e in botanica i campi morfici che presiedono allo sviluppo e al mantenimento della forma vengono chiamati campi morfogenetici; quelli che si occupano della percezione, del comportamento e dell’attività mentale si chiamano campi percettivi, comportamentali e mentali; quelli che si riscontrano in mineralogia sono detti campi cristallini e molecolari; quelli invece che si osservano in sociologia sono detti campi sociali e culturali. Infatti, così come un campo cristallino organizza i modi secondo cui molecole e atomi si ordinano all’interno di un cristallo. [...] un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, per esempio il modo in cui ciascun uccello vola all'interno dello stormo [Sheldrake R., 1999]. Il lavoro dei campi morfici viene compiuto a livello subatomico, funzionando come restrizioni schematizzate sulla moltitudine di eventi probabili e indeterminati che si verificano ai livelli più profondi dei sistemi fisici. Tali campi sono regioni d’influenza all’interno dello spazio-tempo, localizzati dentro e intorno ai sistemi che organizzano. Essi limitano ossia impongono un ordine all’indeterminismo intrinseco dei sistemi che presiedono. Così un campo cristallino organizza i modi secondo cui le molecole e gli atomi si debbo-no ordinare all’interno di un cristallo; il campo di un animale plasma invece le cellule e i tessuti all'interno di un embrione, ne guida lo sviluppo fino a che esso assuma la caratteristica forma della sua specie; così come un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, per esempio il modo in cui ciascun uccello vola all’interno del suo stormo. Il campo morfico conduce i sistemi a esso sottoposti verso mete o obiettivi specifici, de-nominati attrattori dal matematico René Thom (tra i promotori della teoria del caos), che rappresentano i limiti verso i quali un sistema dinamico viene attratto. Per Sheldrake infatti il campo stesso si evolve, esso non è fissato una volta per tutte da un’equazione matematica, ma la sua struttura dipende da ciò che è accaduto in precedenza. Contiene una sorta di memoria. Attraverso la ripetizione, i modelli che organizza divengono sempre più probabili, sempre più abituali. Una volta che questo nuovo campo, questo nuovo modello di organizzazione, ha cominciato a esistere, esso si rafforza attraverso la ripetizione. È sempre più probabile che il modello si riproponga. I campi divengono una sorta di memoria cumulativa, evolvendosi nel tempo, e sono alla base della formazione delle abitudini.
3. Risonanza morfica e mente collettiva
I campi morfici di ogni sistema esercitano la loro influenza su sistemi successivi mediante un processo chiamato risonanza morfica. La risonanza morfica individua l’idea secondo cui ogni individuo facente parte di una specie, attinge al-la memoria collettiva della specie o campo morfico della specie e si sintonizza con i suoi membri passati, a sua volta contribuendo all’ulteriore sviluppo del-la specie stessa. Le implicazioni di questa teoria sono di portata immensa, per esempio in campo sociale, artistico, scientifico, ecc. Sheldrake ci offre nuovi aspetti degli istinti e dei comportamenti, ci dà nuove prospettive delle strutture sociali, in termini di campi morfici, delle forme culturali e delle idee. Infatti, secondo la sua ipotesi, i campi morfici si estendono oltre il cervello, fin nell’ambiente circostante, legandoci agli oggetti che cadono sotto la nostra percezione e rendendoci capaci di agire su di essi attraverso le intenzioni e l’attenzione [Sheldrake R., 1999]. In campo psicologico questa ipotesi offre un substrato scientifico al fenomeno della profezia che si auto-avvera, secondo cui le aspettative di un individuo influiscono sulla condotta comportamentale di altri individui. In campo psicoanalitico permette una lettura bio-fisica della teoria dell’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung. In campo sistemico-relazionale offre una valida spiegazione del funzionamento delle Costellazioni Familiari di Bert Hellinger. In termini di gruppi sociali infatti, il campo morfi-co sottende all’idea che ogni gruppo di persone è organizzato da un campo, e che questo campo non è solo una struttura organizzatrice nel presente, ma con-tiene anche una memoria di quello che era quel gruppo sociale nel passato, attraverso cui ogni individuo è collegato con la risonanza morfica. Questo processo si determina per tutti i sistemi riscontrabili in natura e corrisponde a ciò che Sheldrake ha chiamato causalità formativa, ossia il meccanismo grazie al quale le cose assumono la loro forma, o la loro organizzazione.
4. Prove a sostegno
Quando Sheldrake introdusse per la prima volta la sua ipotesi sulla causalità formativa e sui campi morfici nel libro A New Science of Life, la prestigiosa rivi-sta inglese New Scientist dichiarò al riguardo che la scienza occidentale ha pur-troppo creato una falsa costruzione del mondo e delle creature che esso contiene [...] Quanto Sheldrake propone è scientifico. Ciò non significa che egli abbia ragione, ma che la sua teoria è sperimentalmente controllabile. Il modo più semplice per sperimentare la realtà dei campi morfici, è quello di osservare le società di organismi, in particolare separando gli individui in modo tale che non possano comunicare tra loro attraverso canali sensoriali normali; se in tal caso una si continua a verificare una forma di comunicazione, risulterà evidente l'esistenza di un legame fornito dal campo morfico. Per esempio nessuno è in grado di comprendere come le colonie di termiti (piccoli insetti ciechi) riescano a coordinarsi in modo tale da costruire dimore complicate con un’architettura interna di enorme complessità. Anche nel caso in cui una colonia venga separata in due parti da una lastra d’acciaio, entrambi i lati continuano a cooperare perfetta-mente (probabilmente augurandosi che prima o poi tale lastra venga tolta). Nessuno capisce come sia possibile per uno stormo di uccelli o un banco di pe-sci a cambiare direzione talmente in fretta, e sarebbe più corretto dire simultaneamente, senza che nessun individuo rischi minimamente di scontrarsi con un altro. Inoltre, i due ricercatori russi Peter Gariaev e Vladimir Poponin (ed il gruppo di collaboratori dell’Istituto di Fisica Biochimica dell'Accademia Russa delle Scienze), hanno recentemente osservato un nuovo fenomeno di accoppiamento elettromagnetico tra il campo energetico di un raggio laser ed un campione di DNA. Tale osservazione consiste nella misurazione di un nuovo campo nella sub-struttura del vuoto mai osservato in precedenza, ed in grado di fornire informazioni qualitative e quantitative circa le proprietà del campo elettromagnetico del DNA. I due scienziati hanno chiamato questo fenomeno “effetto del DNA fantasma in vitro”, abbreviato con l’appellativo di DNA fantasma. Durante alcuni esperimenti riguardanti la misurazione dei moti vibratori di campioni di DNA, hanno assistito ad un effetto del tutto inaspettato: il campo elettromagnetico del DNA, sottoposto a irradiazione laser, continuava a persistere a lungo anche dopo la rimozione del campione stesso di DNA fisico. Gariaev e Poponin effettuarono tutti i controlli possibili ripetendo l’esperi-mento diverse volte, fino a prendere in considerazione l’ipotesi di lavoro suggerita dai risultati sperimentali: nel vuoto fisico c’è qualche nuova sub-struttura di un campo che è stato precedentemente ignorato. Inoltre, viene anche suggerita l’ipotesi che tale effetto sia solo un esempio possibile di una più generale categoria di effetti elettromagnetici che rappresentano la base sperimentale di importanti percorsi di ricerca come, per esempio, la biologia quantistica, le dinamiche non-lineari del DNA e, infine, le interazioni morfiche proposte da Sheldrake tra i sistemi biologici.
5. Conclusioni
Sheldrake formula l’ipotesi che la non localizzazione, uno dei principi fondamentali della fisica quantistica, sia essenziale per la comprensione dei campi morfici, in quanto le parti di un sistema quantico entrate in contatto almeno una volta, continuano a mantenere la loro connessione, e rimangono sempre unite, con una connessione immediata, da un campo quantico. Egli ha infatti sostenuto, dopo aver incontrato David Bohm (1917-1974); uno dei fisici teorici più conosciuti della sua generazione, fondatore della teoria olografica dell'universo) ed essersi confrontato a lungo con lui, che la sua teoria rivela moltissime similitudini al paradigma olografico proposto da Bohm. Sheldrake assume un partico-lare atteggiamento nei confronti della scienza ortodossa e della visione meccanicistica del mondo. Per la bellezza e la chiarezza espositiva, lasciamo che siano quindi le sue parola a concludere questa breve introduzione alla sua teoria: La teoria ortodossa nella biologia e nella chimica, e nella scienza in generale, è la teoria meccanicistica della natura che afferma che tutti i sistemi naturali sono come macchine, e sono costituiti da processi fisici e chimici. Quello che io dico è che si può, se volete, paragonare certi aspetti della natura a delle macchine, ma questo non basta per spiegarli.
La natura non è una macchina. Io e voi non siamo macchine. Possiamo essere simili a macchine sotto certi aspetti. Il nostro cuore può essere simile a una pompa e il nostro cervello, in un certo senso, simile a un computer.
La teoria meccanicistica ci fornisce delle analogie meccaniche della natura, ed è vero che si può guardare a certi aspetti degli organismi in questo modo. Ma per altri importanti aspetti, la natura in generale, e gli organismi in particolare, non sono macchine o simili a macchine.
Quindi, quello che voglio dire è che la teoria meccanicistica va bene per quello che vale. Il suo contenuto positivo va bene quando ci descrive la fisica degli impulsi nervosi, o la chimica degli enzimi; questo va bene, queste sono informa-zioni utili, e sono una parte del quadro.
Ma se afferma che la vita non è altro che cose che possono essere spiegate in termini di normale fisica, che esistono già nei libri di fisica, se afferma che la vita non è nient’altro che questo ‹e questo è quello che dice la maggior parte dei biologi meccanicistici ‹allora penso che sia sbagliata, perché è troppo limitata. È come guardare a una parte del quadro e pensare che sia il tutto. È una mezza verità [Sheldrake R.].
[tratto da: "I poteri straordinari degli animali", Rupert Sheldrake - ed. Mondadori]


Nota 4: Il cervello umano è l'oggetto più misterioso che esista, e sicuramente uno dei più complessi dell'Universo i pensieri, la personalità, i ricordi e i sentimenti, e persino la consapevolezza? Sapete cosa può fare il nostro cervello?
Abbiamo scoperto davvero tutto sul cervello? La maggioranza degli scienziati crede proprio di no! Il nostro cervello controlla il funzionamento dell'organismo. Permette di imparare concetti nuovi, persino nuove lingue, e archivia e fa riemergere i ricordi. Eppure il neurobiologo James Bower ammette: "Non sappiamo proprio che genere di macchina sia il cervello". Sullo stesso tono, lo specialista in neuroscienze Richard F. Thompson afferma che in questo campo vi è "ancora molto da imparare rispetto a quanto attualmente conosciamo".
Il desiderio di svelare i misteri del cervello è tale che il Congresso degli Stati Uniti ha dichiarato gli anni '90 il "Decennio del Cervello". La corteccia cerebrale, che rappresenta lo strato più esterno dei vari lobi del cervello pieni di circonvoluzioni, presenta gli aspetti più straordinari.
In questo strato corrugato di materia grigio-rosea, dello spessore di qualche millimetro, si trova circa il 75 per cento dei 10-100 miliardi di neuroni (cellule nervose) del cervello.
Alcuni scienziati, però, affermano che nemmeno questo numero così enorme di neuroni è sufficiente a giustificare la complessità del cervello. Molti neuroni hanno una lunga "coda" detta assone. Le altre fibre che partono dal neurone sono minuscoli dendriti, che assomigliano alle ramificazioni di un albero. È grazie ad essi che un tipico neurone è dotato di migliaia di collegamenti con altri neuroni. I neuroni in realtà non si toccano mai fra loro. Sono separati da piccoli spazi, detti sinapsi, attraverso cui scorrono minuscole quantità di sostanze chimiche, il che rende ancora più complesso il sistema. Secondo un esperto, "il numero delle possibili combinazioni di connessioni sinaptiche fra i neuroni" del cervello "è superiore al numero totale delle particelle atomiche che costituiscono l'Universo conosciuto". Anche se la corteccia cerebrale con tutti i suoi neuroni è probabilmente la parte meglio conosciuta del cervello, che dire delle parti che stanno sotto di essa?
Il corpo calloso, per esempio, ha l'importantissima funzione di collegare i due emisferi cerebrali, sinistro e destro. Vicino ad esso ci sono il talamo (dal termine greco per "stanza interna"), attraverso il quale passano la maggior parte delle informazioni che arrivano al cervello, l'ipotalamo (dal termine greco per "sotto la stanza interna"), che è collegato al talamo e contribuisce a regolare la pressione del sangue e la temperatura corporea, nonché una piccola escrescenza detta ipofisi.
Quest'ultima è la "ghiandola-capo" che, secernendo sostanze chimiche dette ormoni, controlla il sistema endocrino influendo sull'attività di tutte le altre ghiandole. Ci sono poi il ponte, che elabora informazioni sui movimenti compiuti, e il midollo allungato, che controlla respirazione, circolazione sanguigna, battito cardiaco e digestione.
Tutte queste attività avvengono senza che nemmeno ce ne rendiamo conto! Essendo così complesso, come funziona il cervello? E come si può usarlo al meglio?
Alcuni studi hanno rilevato che usiamo solamente il 2 % delle potenzialità della mente. La concentrazione e la meditazione, forse, con molto studio e tantissimo sforzo, ci possono portare ad usare uno 0.002 % in più...
La gente comune, anche quella non invasata, crede davvero che tutti noi usiamo il cervello solo parzialmente: chi dice al 2%, chi arriva al 20, e che quel che ci rimane sarebbe una parte non utilizzata, inesplorata, quindi piena di chissà quali incredibili risorse. Qualcuno si azzarda ad andare oltre, e pensa che la parte ignota del cervello è proprio quella che permette  fenomeni paranormali (telepatia, telecinesi, ecc).
Tale ipotesi non ha, al momento,  base scientifica, eppure una ragione concreta  c'è. Ed è la solita informazione distorta, capita male, travisata e rimaneggiata secondo il gusto per il misterioso che molti hanno. Il cervello è davvero organizzato in zone. Questo per dire che la complessità del cervello umano non è formata da zone oscure e zone conosciute, non c'è un cervello noto e un cervello ignoto e, men che meno, c'è un cervello che funziona (quel 2 o 20 %) e uno che non funziona (l'ipotetico 80 %).


Nota 5:La domanda che sicuramente il lettore si pone è come fa la coscienza collettiva a creare delle  sfere energetiche. Una possibile risposta, anche se in un contesto completamente diverso, ce la da lo studioso ex Gesuita Salvador Freixedo. Secondo il ricercatore il cervello umano stimolato attraverso forti emozioni produce  energie sottili che  si vanno sommando nel momento in cui molte persone vengono coinvolte come per esempio una guerra, una partita di calcio allo stadio, la morte di un personaggio famoso ecc.

“Gli dei sono molto interessati all'attività psichica del cervello umano, un'attività elettrica che consiste nell'emissione di onde e radiazioni sottilissime, in particolare quando è sottoposto a stati di eccitazione. Sono in grado di captare queste vibrazioni elettromagnetiche ed agiscono su di noi per propiziare tutte le circostanze nelle quali il nostro cervello  emette più intensamente queste onde o radiazioni, in quanto si ipotizza che costituiscano per loro un appagamento molto gratificante, forse come per noi lo possono essere l'alcool, il tabacco, le droghe di vario genere. Genericamente possiamo dire che lo stato d'animo che induce il cervello umano a produrre queste particolari onde cerebrali  è l'eccitazione.  Questa eccitazione può provenire dall'angoscia, dalle grandi aspettative, dagli odi violenti, anche dalle allegrie psicotiche, ma soprattutto dal dolore morale e ancor più fisico; anzi, pare che di tutti gli stati d'animo possibili, quello del dolore fisico sia il maggior produttore di energia e il più rapido e facile da conseguire”. Salvador Freixedo